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Disturbi dell’Infanzia: quando chiedere aiuto a uno psicologo?

“Il bambino non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere.” (F. Rabelais)

Per definizione, i bambini si trovano in una fase nella quale uno dei loro compiti principali è conoscere il mondo. Questo processo implica un processo automatico di categorizzazione e classificazione che fornisce significato per ciascuna nuova esperienza e ne agevola la fase di integrazione. Fin dai più precoci stadi dello sviluppo i bambini, pur essendo dipendenti dal loro ambiente, sono anche predisposti ad osservare come questo reagisce a determinati stimoli e a mantenere un ascolto attento e sensibile per rilevare finzioni o falsità.

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Sono recettivi alla comunicazione non verbale e agli stimoli sensoriali che li aiutano a creare risposte adattive a situazione per loro incomprensibili. Ma l’esperienza interiore e la reazione dell’ambiente non sempre corrispondono. Alcuni bambini, a cui l’esperienza primaria ha insegnato che possono fidarsi e rischiare, fanno affidamento sulle proprie percezioni e le esprimono pienamente senza il timore di perdere l’amore e il sostegno del loro ambiente. Questi bambini sono in grado di tollerare una dissonanza e possono osare metterla in dubbio. Altri possono essere confusi, minacciati da segnali di disarmonia o di critica e possono facilmente sentirsi rifiutati o umiliati. Per evitare l’ansia, sembrano così camuffare la loro reazione più autentica e sostituirla con ciò che suppongono potrebbe meglio corrispondere alle aspettative dell’ambiente circostante, barattando la loro autenticità per un modo di sentire più sicuro, più accettabile.

A questo punto è bene ricordare che la patologia non è il tipo di reazione o strategia scelta, o il fatto che una reazione si sia sviluppata. La patologia è determinata dalla rigidità di un insieme di comportamenti ripetuto a dispetto del fatto che esso non sia più necessario o efficace e insorge nel momento in cui il contatto di un bambino con l’ambiente viene sperimentato come doloroso, frustrante o inesistente, oppure quando un bambino è ostinatamente bloccato in rigidi schemi che gli causano sofferenza ma che non osa cambiare. È chiaro come ambiente e bambino siano inscindibili: non siamo mai entità isolate e sconnesse ma siamo sempre in relazione, dando forma ed essendo formati da quello spazio di vita che creiamo e di cui siamo parte.

Per i bambini, il sistema famiglia è il primo e principale gioco di addestramento in cui imparare e praticare le regole del gioco sociale. Fin dalla nascita, i bambini vengono inclusi nel gioco dei ruoli e ci si aspetta che conoscano la loro parte. Vengono lodati o puniti in base al gradimento del sistema nei confronti della loro performance. Alcuni ruoli invece non sono assunti dal bambini ma vengono proiettati su di lui da altri membri della famiglia. Altri ruoli sono ambiti da tutti i membri della famiglia, altri ancora vengono evitati. Gli elementi che contraddistinguono le famiglie sono il grado di flessibilità, il modo in cui regolano vicinanza e distanza e lo stile di risoluzione dei problemi e queste caratteristiche nel tempo determinano il clima familiare.

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Ogni sintomo ha un significato all’interno del contesto di quella famiglia ed ha un ruolo specifico: il comportamento di un componente porta con sé un messaggio per tutti gli altri. Ad esempio, quando un bambino sente che i genitori si stanno allontanando, può sviluppare un sintomo che richiederà loro di collaborare per prendersi cura di lui o diventerà il contenitore di sentimenti negativi, consentendogli di procedere con le loro vite. Perciò il campo familiare è sicuramente uno dei livelli dal quale la salute o la “patologia” di un bambino deve essere desunta.

Rispetto a quest’ultimo, nel corso dell’infanzia è possibile individuare lo sviluppo di alcune aree di fragilità che poi da adulti a volte vengono riconosciute e diagnosticate come, ad esempio, disturbi pervasivi dello sviluppo (tra i quali ricordiamo l’autismo e la sindrome di asperger), enuresi, ansia da separazione e mutismo selettivo, disturbi dell’apprendimento, disturbi della comunicazione e del linguaggio, disturbi dell’alimentazione nei bambini, disturbi da deficit di attenzione e iperattività.

Quest’ultimo, siglato con l’acronimo ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder) non va confuso con una normale vivacità o una leggera disattenzione. Si manifesta in genere intorno ai 7 anni con impulsività (difficoltà a rimandare una risposta, ad inibire un comportamento inappropriato, ad attendere una gratificazione), costante disattenzione (difficoltà a rimanere attenti o a lavorare su uno stesso compito per un periodo di tempo prolungato) e iperattività (eccessivo livello di attività motoria o vocale), sia in casa che in altri contesti.

Nello specifico, si riscontra una incapacità di prestare attenzione ai particolari e una elevata propensione alla distrazione nei compiti, che risultano disordinati e privi di cura. Anche nel gioco vi è difficoltà a mantenere l’attenzione, specie nella spiegazione delle regole, momento in cui i bambini sembrano non ascoltare quanto si dice loro. Spesso passano da un’attività ad un’altra senza portarne a termine alcuna proprio perché in preda ad una continua difficoltà a mantenere l’attenzione su di una cosa in particolare. Motivo per cui detestano i compiti che richiedono un’attenzione prolungata.

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Sono spesso sbadati e facilmente distratti da stimoli che risultano irrilevanti per gli altri. Spesso cambiano argomento all’interno di una conversazione. Si è portati a pensare che il bambino sia semplicemente svogliato, disattento e irrequieto. Gli estranei, osservandolo, si fanno l’idea che il comportamento “maleducato” del ragazzo sia dovuto ad una cattiva educazione da parte dei genitori. Questi bambini, per confermare l’immagine che gli è stata attribuita (nessuno pensa che io possa star male ma tutti pensano che sono un bambino cattivo) tendono paradossalmente ad incentivare i propri comportamenti mettendo ancor più in stallo genitori e scuola.

Generalmente queste situazioni si evidenziano in famiglie in cui la struttura gerarchica è completamente assente. In altri casi è gestita in modo intermittente o conflittuale tra i coniugi. Ad esempio, quando i genitori sono troppo permissivi, il figlio può permettersi di calpestare qualunque regola. Se il genitore interviene proponendo un correttivo, il figlio stesso lo aggredisce verbalmente e, talvolta, fisicamente. In altri casi, per motivi personali il genitore non si preoccupa di dare regole al figlio. Può però perdere le staffe e intervenire con violenza, per poi tornare disattento. In altre situazioni familiari uno dei due genitori vorrebbe imporre regole, ma il coniuge si intromette ritenendo l’altro troppo duro o violento con il figlio.

Si costituisce così costituendo un’alleanza madre-figlio o padre-figlio contro il genitore “cattivo”. Così, proprio come precedentemente affermato, non è possibile scindere il comportamento del bambino dal contesto familiare. Il primo passo di un intervento risolutivo sarà quello di ricondurre i genitori a costituire una sana gerarchia familiare. Talvolta, è necessario risolvere i contrasti tra i genitori che possono impedire un atteggiamento coerente nei confronti dei figli. In seguito i genitori dovranno impegnarsi nel vero e proprio trattamento dell’iperattività, introducendo una regola fondamentale. Non si inizia una attività nuova senza aver portato a termine la precedente e questa tecnica di elezione per il trattamento dell’iperattività permette al bambino di sperimentare il piacere di svolgere per intero un’attività.

In linea generale, è possibile affermare che, quando dei genitori chiedono una consulenza psicologica per il loro bambino, dopo una prima raccolta anamnestica, riguardo le tappe dello sviluppo del bambino (parto, svezzamento, inserimento scolastico, separazioni) si effettua l’osservazione diretta del bambino. Questa fase, si svolge in un ambiente accogliente e adatto ad un minore, in modo che il piccolo possa scegliere come comunicare con lo psicologo, se attraverso parole, gioco, disegni e attraverso la  proposta di materiale strutturato e definito. Questi incontri di osservazione (in genere almeno 3 o 4) permettono di differenziare il carattere patologico o evolutivo di un dato comportamento, le risorse complessive del bambino e la conseguente scelta di un trattamento psicologico che, può accompagnarsi, in caso di riscontrata necessità e per i motivi suddetti, anche ad un percorso di sostegno alla genitorialità.