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Disturbi Ossessivi Compulsivi: quando chiedere aiuto a uno psicologo?

“L’ossessione che ogni cosa fosse al suo posto, ogni faccenda a suo tempo, ogni parola nel suo stile non era il premio meritato di una mente in ordine ma tutto il contrario, un intero sistema di simulazione inventato da me per nascondere il disordine della mia natura” (Gabriel García Márquez)

Secondo la classificazione del DSM V, il disturbo ossessivo compulsivo (conosciuto anche come DOC), è un disturbo caratterizzato dalla presenza di ossessioni e/o compulsioni – per un tempo significativo della giornata (un’ora o più al giorno) – che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta. È un disturbo abbastanza sviluppato in quanto ha una incidenza del 2/2,5% sulla popolazione generale e tende a cronicizzarsi, anche se con fasi altalenanti di miglioramento e di peggioramento, fino ad interferire con le normali attività quotidiane (lavoro, studio, vita di relazione, cura della casa o dell’igiene ecc.).

Disturbi-Ossessivi-Compulsivi-psicologo-Cagliari e lecco

Nonostante chi ne soffra cerchi di contrastare e nascondere le sue azioni o i suoi pensieri, questo sforzo non lo aiuta affatto a modificare il proprio comportamento. La presenza di ossessioni e compulsioni comporta, infatti, una forte sofferenza, compromette il normale funzionamento sociale e lavorativo del soggetto e non è meglio giustificata da altri disturbi d’ansia o da malattie psichiatriche dovute a condizioni mediche generali.

Le ossessioni

Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini a carattere invasivo e ripetitivo che si presentano alla mente non voluti, irrazionali e incontrollabili da parte dell’individuo. La loro funzione sembra essere quella di controllare l’energia e le sensazioni che il corpo inizia ad avvertire e di cui si impaurisce perché le sente come incontenibili spinte ad azioni distruttive. Quello che si vuole controllare è infatti proprio il rischio dell’agire: l’azione è rischiosa perché si può sbagliare, fare del male e rende responsabili in prima persona.

A livello clinico, possiamo dire che attraverso i pensieri ossessivi la persona, in maniera dolorosa e non funzionale, si prende cura di sé e il controllo eccessivo che esercita può essere dovuto all’eccessiva mancanza di cura da parte delle figure genitoriali. I pensieri ossessivi, pur con forme diverse, hanno come caratteristica comune l’indecisione che esprime il dramma interiore: mi lascio o non mi lascio andare alle emozioni? Le indecisioni riguardano alcune tematiche di fondo: sicurezza/insicurezza (ho spento/non ho spento il gas? Ho chiuso/non ho chiuso la porta?), la salute (ho il cancro/non ho il cancro), la colpa (sono/non sono responsabile?) e la perfezione (sbaglio/non sbaglio?).

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I pensieri ossessivi si distinguono inoltre in:

  • Ego-sintonici: la persona capisce le ragioni dei pensieri, sente che sono propri (ho bisogno di sapere se ho chiuso il gas ecc.);
  • Ego-distonici: i pensieri vengono avvertiti come estranei, come se provenissero dall’esterno (come bestemmie non volute, aggressività, parolacce ecc…)

Le compulsioni

Le azioni compulsive sono azioni che la persona si sente costretta a compiere sotto la spinta di una necessità interna che ha lo scopo di placare l’eccessiva tensione (se non compie quella determinata azione potrà accadere qualcosa di terribile). La loro frequenza è variabile: può esserci un ritmo periodico, con azioni limitate e non frequenti ma anche un ritmo così intenso da rendere impossibile la vita sociale e personale. Distinguiamo tra:

  • Compulsioni contenitive: in questo tipo di azioni, la persona compie gesti tesi a placare la tensione dovuta alla sensazione che l’energia avvertita sia insostenibile. A differenza dei pensieri ossessivi, che controllano le emozioni ed evitano l’azione con i pensieri, i gesti contenitivi hanno proprio lo scopo di placare una tensione insopportabile. Parliamo appunto di rituale, per indicare quel momento in cui la persona non si sente più libera di scegliere se compiere o meno un gesto ma si sente costretto a farlo per abbassare il livello di ansia. I rituali sono, pertanto, ripetizioni di uno stesso gesto codificato (ad esempio: se non conto tre volte non posso chiudere la porta) finalizzate a controllare emozioni pericolose e incontrollabili. Ripetuti sempre nello stesso modo, divento così una struttura che contiene l’energia grazie ad una sorta di “pensiero magico”: “Se faccio questa cosa controllerò i miei impulsi e non succederà nulla di grave”.
  • Compulsioni espulsive: in questo tipo di azioni, si compiono gesti che sembra non rispondere ad uno scopo preciso (lavare i denti, le mani ecc.) ma che in realtà vengono attuati per placare l’angoscia. Mentre il rituale, come descritto, è preciso e placante (es. lavare le mani tre volte), le compulsioni espulsive non hanno tempo e numeri e possono prolungarsi fino a rendere esausti. Lo scopo è quello di voler espellere dal proprio corpo un’esperienza insopportabile: la persona teme di essere punita per aver provato un certo tipo di eccitazione e inizia, così, il vano tentativo di “buttare fuori” dal proprio corpo l’esperienza e il bisogno.

A livello terapeutico, il primo passo è quello di collocare la richiesta di aiuto all’interno del ciclo vitale personale o familiare: questo infatti ci dice perché proprio in questo momento il disturbo è diventato insopportabile. Si potrebbe, inoltre, proporre di iniziare con due o tre sedute familiari per comprendere in che sfondo si è sviluppato il quadro ossessivo-compulsivo e decidere successivamente se continuare con sedute familiari o di lavorare individualmente, incontrando la famiglia dopo un po’ di tempo. Infine, fondamentale per lo psicologo e per il paziente è la creazione di un clima di fiducia, dove si possa stare nel tormento del paziente e diventare “visibile”, creando una relazione che gli permetterà così di riappropriarsi di quell’energia dalla quale si è terrorizzati, per rielaborarla e non temerla.