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Disturbi Alimentari: quando chiedere aiuto a uno psicologo?

I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) possono essere definiti come comportamenti finalizzati al controllo del peso corporeo che danneggiano la salute fisica, il funzionamento psicologico e che non sono secondari a nessuna condizione medica o psichiatrica conosciuta. Tali disturbi includono:

  • Anoressia Nervosa (AN);
  • Bulimia Nervosa (BN);
  • Disturbo da Alimentazione Incontrollata (Binge Eating Disorder, BED);
  • Disturbi dell’Alimentazione Non Altrimenti Specificati (NAS).

Lo sviluppo di questi disturbi è visto come un processo nel corso del quale la presenza di determinati fattori di rischio crea una predisposizione ad ammalarsi, per cui alcune persone divengono più vulnerabili a un DCA. I fattori che determinano lo sviluppo di un DCA possono essere diversi e molteplici e, in particolare, sono soprattutto le situazioni stressanti e traumatiche i principali fattori scatenanti il disturbo, tra cui ricordiamo:

  • essere donna: una donna è molto più soggetta al culto della magrezza rispetto ad un uomo;
  • età compresa tra i 15 e i 35 anni;
  • sottoporsi a diverse diete restrittive in condizioni di soprappeso;
  • aver subito abusi o traumi in età infantile o adolescenziale;
  • essere cresciuti in una famiglia che non è stata in grado di trasmettere fiducia in se stessi e autostima, unitamente all’incapacità di elaborare le emozioni;
  • perdita di un famigliare o di una persona cara;
  • separazione dalla famiglia d’origine (per cause dovute a studio o lavoro);
  • fine di una relazione affettiva.

Sembrerebbe, pertanto, che la concorrenza di 2 o più di questi fattori sia in grado di creare una predisposizione a soffrire di un DCA. L’Anoressia Nervosa (AN) e la Bulimia Nervosa (BN) sono malattie psicosomatiche molto complesse poiché interessano sia la psiche che il corpo ed entrambe sono caratterizzate da un errato rapporto con il proprio corpo e il cibo.

Baird Hoffmire– Mirror – 2010

Anoressia Nervosa

L’Anoressia Nervosa (AN) è un disturbo in cui la persona rifiuta di mantenere il proprio peso corporeo entro i limiti inferiori al normale, è caratterizzato da un’intensa paura di aumentare di peso e da un’interpretazione errata del proprio corpo e della propria immagine che la conduce a negare il proprio stato di dimagrimento estremo. Il disturbo è maggiormente presente nelle donne e si sviluppa tra i 12 e i 25 anni, con un picco di frequenza tra i 14 e 18 anni. I criteri diagnostici DSM-5 dell’anoressia nervosa sono i seguenti:

  • Restrizione dell’assunzione di calorie in relazione alle necessità, che porta a un peso corporeo significativamente basso nel contesto di età, sesso, traiettoria di sviluppo e salute fisica. Il peso corporeo significativamente basso è definito come un peso inferiore al minimo normale oppure, per bambini e adolescenti, meno di quello minimo atteso.
  • Intensa paura di aumentare di peso o di diventare grassi, oppure un comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso, anche se significativamente basso.
  • Alterazione del modo in cui viene vissuto dall’individuo il peso o la forma del proprio corpo, eccessiva influenza del peso o della forma del corpo sui livelli di autostima, oppure persistente mancanza di riconoscimento della gravità dell’attuale condizione di sottopeso.

Il Manuale Diagnostico individua inoltre due tipologie di AN:

  • Tipo con restrizioni: Durante gli ultimi 3 mesi, la persona non ha presentato ricorrenti episodi di abbuffate o condotte di eliminazione (per es., vomito autoindotto o uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi). In questo sottotipo la perdita di peso è ottenuta principalmente attraverso la dieta, il digiuno e/o l’attività fisica eccessiva.
  • Tipo con abbuffate/condotte di eliminazione: Durante gli ultimi 3 mesi, la persona ha presentato ricorrenti episodi di abbuffata o condotte di eliminazione (cioè, vomito autoindotto o uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi).

L’io della persona che soffre di anoressia è un io che “iper-funziona” e che, di fronte ad un ambiente imbrogliante e invasivo, è costretto a scegliere tra, da un lato, il soddisfare il bisogno fisiologico della fame e assumere l’identità della giovane donna e, dall’altro, la sopravvivenza del senso di sé, la possibilità di desiderare l’altro e di incontrarlo. Da bambine, queste adolescenti sono state spesso imbrogliate dal loro ambiente: quando l’ambiente gli ha offerto nutrimento, questo non è mai stato pulito poiché veicolava, e veicola ancora, insieme al cibo buono, anche pezzi dell’esperienza dell’altro che l’io, normalmente, alienerebbe da sé ma sui quali invece non può esercitare i propri poteri discriminativi se non rifiutando il cibo stesso. È questo il prezzo che si sceglie di pagare per salvare la propria integrità: non potendo scegliere cosa fare entrare nel proprio corpo, queste persone non fanno entrare nulla – “non ci si può nutrire se il cibo è vissuto come prigione o temuto come veleno” (Salonia).

Bulimia-psicologo-Cagliari e lecco

Bulimia Nervosa

La Bulimia Nervosa (BN) è un disturbo in cui le abbuffate della persona sono associate a modalità inappropriate volte ad impedirne l’aumento di peso corporeo. Gli episodi ricorrenti di Bulimia Nervosa (BN) sono accompagnati dalla sensazione di perdita o mancanza di controllo, interrotta solamente da fattori esterni di tipo sociale o dall’insorgenza di malessere fisico. L’abbuffata è spesso seguita da sensi di colpa, depressione o disgusto per se stessi. Il soggetto bulimico presenta anche ricorrenti comportamenti compensatori (metodi per “liberarsi”) come: vomito autoindotto, uso ripetuto di lassativi o diuretici, digiuno o eccessivo esercizio fisico. La Bulimia Nervosa è più frequente dell’Anoressia Nervosa, e anche in questo caso l’incidenza è maggiormente preponderante nelle donne che negli uomini, ma ha un esordio più tardivo dell’Anoressia Nervosa, specialmente nell’adolescenza o nella prima età adulta.

I criteri diagnostici DSM-5 della bulimia nervosa sono i seguenti:

  • Ricorrenti episodi di abbuffata. Un episodio di abbuffata è caratterizzato da entrambi i seguenti aspetti :
  1. Mangiare, in un determinato periodo di tempo (per es., un periodo di due ore), una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso tempo e in circostanze simili.
  2. Sensazione di perdere il controllo durante l’episodio (per es., sensazione di non riuscire a smettere di mangiare o a controllare cosa o quanto si sta mangiando).
  • Ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici o altri farmaci, digiuno o attività fisica eccessiva.
  • Le abbuffate e le condotte compensatorie inappropriate si verificano entrambe in media almeno una volta alla settimana per 3 mesi.
  • I livelli di autostima sono indebitamente influenzati dalla forma e dal peso del corpo.
  • L’alterazione non si manifesta esclusivamente nel corso di episodi di anoressia nervosa.

L’adolescente che vive un’esperienza bulimica esprime il disperato e ostinato tentativo di non rinunciare alla possibilità di desiderare l’altro e di nutrirsene in modo appagante. Da bambine, queste adolescenti hanno vissuto in un ambiente relazionale spesso frammentato e confusivo, dove il gusto del cibo e quello dell’intimità si confondono. Questo ambiente è pieno di affettività ma, questa, viene vissuta in maniera esplosiva, incoerente, instabile. Non c’è mai il vuoto ma c’è sempre il pieno.

Questa affettività illimitata, sempre disponibile, non è però realmente nutriente perché non corrisponde al vero bisogno della bambina di vicinanza, non permette di fare esperienze ben definite di nutrimento affettivo né di identificare il proprio voler andare verso l’altro. Così, nel momento in cui ci sarà la necessità di affrontare nuovi compiti evolutivi, queste bambine non avranno un vissuto del corpo come limite chiaro tra dentro/fuori e il loro ambiente si riproporrà come ambiguità: cibo-vicinanza; forza-fragilità; desiderabilità-disprezzo. Il prezzo che pagano è quello di rincorrere disperatamente questa integrazione attraverso un contatto bulimico: l’io si precipita sull’ambiente, senza limiti ma, nel momento in cui percepisce di essersi lasciato andare senza freno, viene sopraffatto da vissuti di colpa e vergogna e vomitare diventa, così, quel’unico passo che permette di ripristinare un parziale abbozzo di sé.

Disturbo da binge-eating (noto anche come disturbo da alimentazione incontrollata)

Il Disturbo da Alimentazione Incontrollata (traduzione italiana del termine Binge Eating Disorder; BED) è un disturbo che si caratterizza per la presenza di crisi bulimiche in assenza di comportamenti di compensazione inappropriati per il controllo del peso. Rispetto agli altri pazienti con disturbi dell’alimentazione, i soggetti con disturbo da alimentazione incontrollata hanno mediamente un peso maggiore, una maggiore frequenza di sovrappeso o obesità, una età di esordio più varia (che può essere a qualsiasi età, mentre per anoressia nervosa e bulimia nervosa è soprattutto in età adolescenziale) e una maggiore prevalenza anche nelle persone di sesso maschile.

Spesso le persone con disturbo da alimentazione incontrollata si rivolgono ai centri per il trattamento dell’obesità, ma rispetto ai pazienti con obesità riportano una maggiore presenza di sintomi psichiatrici, in particolare depressione, disturbi d’ansia e di personalità. Anche chi soffre di disturbo da alimentazione incontrollata prova un senso di vergogna e di insoddisfazione per il proprio corpo, anche se non necessariamente viene perseguito un ideale di magrezza estremo. Viene avvertito un profondo senso di disagio nel perdere il controllo con il cibo ma, a differenza dei soggetti con bulimia nervosa, non sempre viene data un’importanza eccessiva al peso o alla figura corporea per valutare se stessi.

I criteri diagnostici del disturbo da alimentazione incontrollata secondo il DSM-5 sono i seguenti:

  • Ricorrenti crisi bulimiche. Una crisi bulimica è caratterizzata da entrambi gli aspetti seguenti:
  1. Mangiare, in un periodo definito di tempo (es. un periodo di 2 ore), una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo e in circostanze simili;
  2. Sensazione di perdere il controllo durante l’episodio (es. sensazione di non riuscire a smettere di mangiare o di non controllare che cosa o quanto si sta mangiando);
  • Le abbuffate sono associate con tre (o più) dei seguenti aspetti:
  1. Mangiare molto più rapidamente del normale;
  2. Mangiare fino a sentirsi spiacevolmente pieno;
  3. Mangiare grandi quantità di cibo quando non ci si sente fisicamente affamati;
  4. Mangiare da solo perché ci si sente imbarazzati dalla quantità di cibo che si sta mangiando;
  5. Sentirsi disgustato di se stesso, depresso o assai in colpa dopo l’abbuffata;
  • È presente un marcato disagio in rapporto alle abbuffate;
  • Le abbuffate si verificano, in media, almeno una volta a settimana per 3 mesi;
  • Le abbuffate non sono associate con l’attuazione ricorrente di condotte compensatorie inappropriate come nella bulimia nervosa e non si verificano esclusivamente durante il decorso della bulimia nervosa o dell’anoressia nervosa

Abbuffarsi rappresenta un grido di rivendicazione e di sfida verso il mondo per la propria autodeterminazione. Da bambina, questa adolescente, è vissuta in un ambiente relazionale caratterizzato dalla incapacità di gestire l’energia in termini di una buona manipolazione dell’ambiente. I genitori non hanno potuto vedere i bisogni di crescita, di autorealizzazione della loro bambina, portandola ad assumere la funzione dell’ “essere al servizio di…” e il compito di decomprimere l’energia familiare. Sono i genitori a determinare il ritmo dell’assunzione del cibo come anche quando chiamare fame l’eccitazione della figlia ma, proprio per la loro difficoltà a vivere i momenti in cui l’energia familiare aumenta (ad esempio la conflittualità), chiameranno fame ogni bisogno o emozione che la bambina esprime (“non fare i capricci…vieni a mangiare la merenda”).

Il cibo diventa così il sostituto della vicinanza, della consolazione, del contenimento. La conseguenza di questo stile relazionale sarà che, in adolescenza, questa bambina non potrà attingere a delle esperienze positive che possano sostenere il processo di autonomia e, per questo, il cibo riprenderà il posto dei no che non dice, della sensualità che non esprime, della rabbia che non agisce, dello sbocciare del proprio corpo femminile di cui non può godere. Quindi, grazie all’abbuffarsi, l’adolescente si riappropria della sua capacità di scelta: l’abbuffarsi porta con sé il risveglio della propria energia di autoaffermazione insieme, però, al prezzo da pagare per questo, ovvero un senso di solitudine che non permette l’incontro con l’altro.

Come si curano i disturbi del comportamento alimentare?

Per la maggior parte delle persone con disturbo dell’alimentazione, la consapevolezza di avere un problema è scarsa e la paura di affrontare un cambiamento fortissima. La ricerca continua della magrezza, il mangiare senza controllo, le diete estreme, l’uso del vomito o dei lassativi, possono essere visti dalla persona che soffre di disturbi dell’alimentazione non tanto come un disturbo, ma piuttosto come una soluzione ai propri problemi e questo è il motivo per cui molte persone affette da disturbi dell’alimentazione (soprattutto nelle fasi iniziali della malattia) non chiedono aiuto o rifiutano addirittura un approccio terapeutico. In ogni caso, il contatto terapeutico permette in questi casi di aprire un dialogo e di poter monitorare le eventuali complicanze sia mediche che psicologiche. Se una persona con disturbo dell’alimentazione non è ancora in grado di intraprendere un vero e proprio trattamento, viene di solito iniziato un ‘percorso motivazionale’, ossia un percorso psicologico che ha lo scopo di portare la persona a desiderare il cambiamento e la guarigione che aiuta a:

  • riconoscere di avere un disagio (consapevolezza)
  • sentire che la situazione crea una notevole sofferenza
  • credere nella possibilità di cambiare (senso di efficacia)
  • essere disponibili a “mettersi in gioco”
  • avere la forza e il coraggio di chiedere un aiuto.

L’approccio più efficace per il trattamento dei disturbi dell’alimentazione è quello multidisciplinare e integrato. I disturbi dell’alimentazione sono infatti disturbi psichiatrici con importanti manifestazioni psicopatologiche ed una alta frequenza di complicanze mediche: è quindi necessaria una collaborazione tra diverse figure professionali che si occupino in modo integrato di questi diversi aspetti.

Per questo, presso gli studi a Cagliari e Lecco si potrà contare su una presa in carico a 360° della persona attraverso la stretta collaborazione tra la dott.ssa Valentina Tieni, psicologa clinica, e la dott.ssa Isabella Gianetri, nutrizionista, nata proprio per fronteggiare la necessità di un approccio integrato a questo tipo di situazioni che, quando non trattate in regime ospedaliero o di comunità, richiedono comunque un monitoraggio intensivo.

Il protocollo per i disturbi del comportamento alimentare a Cagliari e Lecco prevede pertanto una seduta psicologica settimanale e un controllo bisettimanale con la nutrizionista. Collaborano, inoltre, altre figure specialistiche quali medico internista e psichiatra per l’invio delle pazienti nei casi di necessità. È bene, infine, ricordare che, il trattamento dei DCA, non può prescindere da una presa in carico anche familiare: per tale motivo e ove la situazione lo consente, verrà inizialmente richiesta alla famiglia un incontro volto a comprendere lo sfondo nel quale il disturbo è emerso e le modalità con le quali lo stesso si mantiene, creando con il sistema familiare un clima di fiducia e collaborazione volto al raggiungimento del benessere della/del paziente.