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Problematiche Adolescenziali: quando chiedere aiuto a un psicologo?

“Siamo adolescenti. Vogliamo il messaggio della buonanotte e quello del buongiorno. Amiamo gli abbracci improvvisi e i baci di notte sotto la pioggia. Vogliamo le scritte sotto casa, vogliamo le risate fino alle lacrime, vogliamo sentire i brividi dietro la schiena, vogliamo ballare. Vogliamo i nostri compagni di classe anche se la scuola è una merda. Vogliamo gli amori, le delusioni, il solletico, le corse sotto la pioggia. Vogliamo urlare, vogliamo i concerti, le foto, le cazzate, le serate in piazza, le risate con gli amici. Vogliamo la prima volta di tutto. Insomma, vogliamo essere adolescenti” (web)

L’adolescenza è la seconda fase della vita di ogni persona, in cui si realizza il processo di individuazione. A differenza del bambino che vive in un clima di simbiosi psicologica con i genitori, l’adolescente se ne distacca (alle volte in modo violento) per affermare la propria individualità: “io esisto come essere autonomo e sono questo”. Mentre il bambino dice spesso “sì” alle richieste genitoriali per apparire bravo, apprezzato e degno dell’amore che riceve, l’adolescente inverte questo processo e grida forte il suo “no”: non ho bisogno del vostro amore, non voglio diventare come voi, mi rifiuto di accettare acriticamente ciò che mi avete insegnato.

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È una fase in cui il ruolo di genitori diviene molto difficile, perché ogni affermazione o invito vengono vagliati e smontati: l’adolescente cerca la contraddizione per poter affermare con decisione la propria nascente individualità che ricerca principalmente nell’appartenenza al gruppo dei pari, dove non sarà più considerato un bambino. L’adolescenza è, di fatto, definita come il momento di maggior opposizione alle regole e alla volontà dei genitori, in cui si vagliano tutte le possibili forme di vita alternative, un momento di sogni e prime volte, in molti campi.

Gli interrogativi e i dubbi su di sè, le trasformazioni del proprio corpo e i conflitti con i genitori rappresentano momenti di passaggio che possono non costituire una patologia. Tutto viene rimesso in discussione ma dietro ai sintomi (corporei, relativi alla sessualità, condotte autodistruttive etc.) sembra esserci anche una grande necessità di conoscere e capire: l’adolescente è affamato di verità, alla ricerca spasmodica dei segreti sui misteri del mondo: domande sul sé, sul mondo circostante, sui genitori e sulle relazioni affettive. I temi evolutivi sui quali si svolge la crescita degli adolescenti e sui quali si possono eventualmente, in questa fase della vita, strutturare i sintomi disfunzionali, riguardano generalmente:

  • l’accettazione del proprio corpo: l’immagine corporea viene messa in crisi dai cambiamenti della pubertà e necessità perciò di essere ristrutturata ed assimilata. Il corpo viene, quindi, utilizzato come uno spazio di sperimentazione, o in casi più estremi come un campo di battaglia, sul quale mettere in scena eventuali conflitti (disturbi alimentari, abuso di sostanze, gravidanze precoci, etc.);
  • l’acquisizione di un’identità personale unica e definita, che permetta all’adolescente di percepirsi con una precisa definizione di sé stesso. Uno dei passaggi essenziali per la risoluzione di questo processo è la più o meno sofferta acquisizione di autonomia rispetto alle figure genitoriali. Questo porta il ragazzo ad un difficile riconoscimento di sé stesso nell’ambiente familiare e ad una necessaria ristrutturazione della propria immagine in questo contesto. Viene quindi vissuto il lutto rispetto alla perdita della propria identità infantile;
  • il consolidamento di un’identità sessuale e di genere, ovvero la convinzione stabile di appartenere all’uno o all’altro sesso e di identificarvisi. Le trasformazioni del corpo e la maturazione degli organi genitali innescano il bisogno di intensificare i comportamenti che caratterizzano il genere sessuale nel quale l’adolescente si identifica. Parte di questo processo è il compito di integrare la nuova sessualità con l’affettività in un insieme armonioso;
  • le relazioni con i coetanei e lo sviluppo di una identità sociale. Il rapporto con i coetanei ha il ruolo di rendere pensabile il travaglio della crescita attraverso la condivisione e il senso di appartenenza;
  • la formazione di sistemi motivazionali, valori e progettualità futura più strutturati.

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In alcuni casi questi aspetti assumono un peso eccessivo, provocando stati di sofferenza che si protraggono a lungo o che si estendono fino ad invadere completamente la vita dell’adolescente e pensare di farsi aiutare da qualcuno in questo periodo è per lui particolarmente costoso a livello emotivo in quanto richiede la necessità di entrare “in contatto” con una persona che fa parte del mondo adulto proprio in un momento in cui da quel mondo si vogliono prendere le distanze per differenziarsi dai propri genitori e far valere la propria indipendenza. Le manifestazioni del disagio vissuto dall’adolescente possono essere rilevati attraverso una serie di segnali come ad esempio:

  • difficoltà ad affermare la propria personalità, crisi di identità (chi sono?);
  • conflittualità con i genitori (non riescono a capirmi, mi trattano come se fossi un bambino, invadono i miei spazi, non li sopporto più);
  • disfunzioni nell’alimentazione come eccesso o rifiuto del cibo e spesso ripercussioni sul peso corporeo (non ho fame, il cibo mi ripugna, ho sempre fame, ci sono momenti in cui non riesco a smettere di mangiare, vomito quello che ho mangiato);
  • difficoltà a riconoscere con chiarezza i propri obiettivi di vita (non so in che direzione andare, non so cosa voglio);
  • problemi scolastici (non mi importa niente della scuola, non riesco a dimostrare che sono capace, non sono intelligente);
  • sofferenze sentimentali (mi ha lasciato, nessuna/o mi vuole, chi potrebbe amarmi così come sono);
  • isolamento e disagio rispetto al gruppo dei coetanei (non ho voglia di vedere nessuno, non me la sento di uscire di casa, non riesco a parlare con gli altri, nessuno mi ascolta, non riesco a farmi degli amici);
  • disagio rispetto al proprio corpo (non mi piaccio, mi sento grasso, sono troppo alto, sono cambiato e non mi piace come sono adesso) e dubbi sulla propria identità sessuale (non so se mi piacciono le ragazze o i ragazzi);
  • angosce e paure (ho paura di stare da solo, in certe situazioni mi blocco, ho paura di quello che gli altri pensano di me, ho paura di non piacere e di come mi giudicano);
  • ossessioni (ho dei pensieri che mi disturbano e che non riesco a controllare, mi lavo le mani in continuazione, accendo e spengo la luce senza motivo, etc..);
  • autolesionismo manifestato attraverso pensieri o veri e propri comportamenti (ho pensato di suicidarmi, penso di farmi del male, ho provato ad uccidermi, mi taglio, non mangio, vomito apposta, faccio cose pericolose, mi faccio, bevo);
  • somatizzazioni, rabbia e aggressività (mi arrabbio con estrema facilità, perdo il controllo, odio tutti).

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I genitori sono spesso dei semplici spettatori di questo processo e il sentimento prevalente è spesso quello di soffrire per il fatto di sentirsi impotenti nell’aiutare il figlio/a a superare le sue difficoltà o nell’alleviare perlomeno le sue sofferenze. Tutto questo può unirsi alla rabbia per la sensazione che sia proprio lo stesso figlio a considerare inutile, e spesso indesiderata, la loro partecipazione a questo suo percorso. Alcune manifestazioni corrispondono certamente a passaggi evolutivi propri di un processo del tutto fisiologico e che necessitano di comprensione ma, nel caso in cui si sospetti che tali aspetti abbiano permeato totalmente la personalità dell’adolescente, può essere utile richiedere una consulenza psicologica.

Lo psicologo, in base alle peculiarità del caso, può ritenere utile un lavoro individuale con l’adolescente  o consigliare una serie di incontri cui partecipano solo i genitori, oppure coordinare i due interventi, al fine di aiutare il nucleo a trovare nuove e più funzionali modalità di relazione e comunicazione. Nel caso in cui il/la ragazzo/a non si renda, invece, disponibile personalmente alla partecipazione ad un determinato percorso, si potrà lavorare soltanto con i genitori, alleviando la loro fatica, supportandoli nella loro funzione genitoriale. In ogni caso, l’incontro con i genitori è il primo da prendere in considerazione al fine di comprendere lo sfondo entro il quale le manifestazioni peculiari di questo periodo, preoccupanti per i genitori, si sono sviluppate.